laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

L’abusivo di Antonio Franchini tra autoreferenzialità postmoderna e ritorno al reale

bhvgcfcfdxdxsztyvi

La letteratura coltiva questo sogno di ricomporre presente e passato, il progetto di assemblare il vero col verosimile e il falso, per costruire l’illusione che il suo nuovo ordine, l’ordine di parole che ha generato possa esistere, resistere e durare, anche se non si tratta della Verità, ma di una verità altra.

Io però non ci credo.

Antonio Franchini, L’abusivo

Tra anni Novanta e anni Zero non era difficile, per un lettore interessato alle novità della nostra letteratura, imbattersi in testi piuttosto difficili da incasellare. Testi «ibridi», si è detto. Testi che sono narrazioni, senz’altro, ma non sono né romanzo, né reportage; né autobiografia, né biografia altrui; né narrazione storica, né fantascienza. Eppure, testi che danno l’impressione di poter attingere con disinvoltura a tutti i repertori appena elencati, e ad altri ancora.

Pensiamo a due sintomi diversissimi di un fenomeno trasversale: Tiziano Scarpa, con Kamikaze d’occidente (2003), e il collettivo Wu Ming, con Asce di guerra (2000). Il refrain è uno, in Italia ci sono narrazioni che inducono afasia selettiva: se uno prova a definirle con poche parole, non ce la fa.         
Allora si constata laconicamente che «le categorie letterarie sono insufficienti» (Scarpa), oppure si va per sottrazione, proponendo un ultra-generico «oggetto narrativo» (Wu Ming), magari con clausola ufologica: «non identificato».        

La clausola ufologica sottendeva stupore per la novità. Oggi possiamo invece riconoscere che «la mescolanza di generi è ormai un genere a sua volta» (Giglioli, Senza trauma, 2011, p. 65), e provare a studiare le nostre forme ‘ibride’, indagare gli strati di questo aggettivo. È precisamente ciò che si vorrebbe fare qui con L’abusivo di Antonio Franchini (2001).          
Si tratta di un libro che ‘ibrido’ lo è senz’altro. In quarta di copertina, infatti, leggiamo che si tratta di «un’inchiesta dal sapore letterario», e nel testo Franchini rilancia: «la ricostruzione spuria di una vicenda di ordinaria infamia». A interessarci, qui, saranno quel sapore e quello spuria: le zone di ibridazione, appunto.

Apocalittici, integrati, insegnanti. Promesse e timori nella nuova stagione della scuola digitale

Captain America 3 dettagli sul fumetto Civil War e il ruolo di Spider Man 4

Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

Italo Calvino, Lezioni americane, Visibilità

Abbiamo assunto una persona nel ruolo di commissario straordinario del cambiamento (…): ogni mattina dovrà decidere dove si insegnerà, e come, e quando. In un cortile, nel parco, sulla mongolfiera, a casa. Ovunque. Si inaugura il tempo di una flessibilità mai vista. (…)

Classe, materia e professore sono certezze invecchiatissime.

Alessandro Baricco, “la Repubblica”, 20 maggio 2020

La didattica a distanza, imposta dalle circostanze eccezionali che stiamo vivendo, ha riproposto in forma nuova temi di grande attualità nel dibattito sulla scuola. Nelle ultime settimane, l’attenzione dell’opinione pubblica si è appuntata sulle prospettive per il prossimo anno scolastico: stando ad indiscrezioni giornalistiche, interventi sui social, interviste, sembra che il Ministero voglia inserire le misure eccezionali che si renderanno probabilmente ancora necessarie in un più ampio quadro di norme stabili.

Nella congerie di voci di intellettuali, opinionisti, giornalisti che si sono pronunciati sulla questione, ho scelto di concentrare la mia attenzione quasi esclusivamente su due testi: l’appello proposto da Massimo Cacciari; la risposta della Ministra Azzolina.

Pur non potendomi esimere dall’affrontare temi abbastanza vari, rifletterò soprattutto sulla questione del rapporto fra apprendimento e tecnologie.

GIUDIZI E PREGIUDIZI

I due documenti citati illustrano efficacemente atteggiamenti culturali opposti, che a mio modo di vedere sono in parte basati su pregiudizi.

Nell’appello di Cacciari, si oppone nettamente la “tradizione” (parola-chiave del testo) a un’innovazione qualificata come “riduzione”. Il ragionamento è basato sull’antitesi, che ad un certo punto diventa esplicita, fra “educazione” (possibile solo in uno scenario tradizionale) e “istruzione”. Veicolo di questo riduzionismo è la tecnologia degli schermi, citata in accezione negativa: “modalità telematiche”, “tecnologie da remoto”, “monitor dei computer”, “distribuzione di tablet”. A questa diffusione si accompagna un peggioramento dell’apprendimento, metaforizzato con le immagini dell’appiattimento, dell’oblio, del superficiale ed allegro abbandono dell’eredità del passato, a vantaggio, invece, di un “meccanico apprendimento di nozioni”, dello “smanettamento di una tastiera”, della “sudditanza a motori di ricerca”.

Alla base di questa strategia argomentativa, si coglie una concezione piuttosto dogmatica del processo cognitivo, alla quale diede popolarità Giovanni Sartori, nel suo libro “Homo videns”. In un contesto storico differente dall’attuale, il testo discuteva l’uso delle televisioni commerciali nella propaganda politica. Nella prima parte (“Il primato dell’immagine”) vi si leggeva che l’homo videns è una degenerazione dell’homo sapiens, e che il “sapere per immagini” non è autentico sapere, ma al contrario ne erode la possibilità stessa di esistenza.

Perché leggere Il lanciatore di giavellotto di Paolo Volponi

 

2560008160208 0 0 0 500 75 Dalla metà di ottobre, con la mattina che batteva più bianca alla finestra e con il rumore del fiume ormai dentro casa, la nuvola e il fico erano diventati un riferimento fisso per Damiano Possanza. Mentre si preparava per la nuova giornata, la matassa grigiastra che si opponeva al sole e la macchia verde dell’albero occupavano la sua vista e il suo pensiero.

La nuvola era ferma sulla foce ormai da qualche giorno, sempre alla stessa altezza, uguale di forma e di colore fino al tramonto, quando si incendiava; e alla sera, quando si spegneva in un bianco di cenere. Anche di notte la nuvola premeva sul varco del fiume, tra le fiancate nere dei monti.

Il portamento del fico era tutto espanso già dall’alba, metà verde e metà giallo sopra il muro di cinta, contro la collina e il bordo della nuvola dall’altra parte del fiume. Per l’effetto dei due colori delle foglie sembrava che di continuo si sovrapponesse a se stesso.

Aveva ben scelto Possanza il getto di un fico sultano e bene anche il sito e la terra dove piantarlo e le correnti cui affidarlo, allo scopo di ricordare e di accompagnare rigogliosamente la nascita e la crescita del primo nipote, quello che per tradizione doveva rinnovare il suo nome.

Adesso il piccolo Damiano e il fico compivano nove anni, entrambi in buona salute. Il nipote era ai primi giorni di scuola e usciva di casa prima di lui dopo averlo ammirato per un momento sbarbarsi alla finestra con il rasoio a mano libera, il pennello soffice di tasso, il vasetto colmo di schiuma odorosa di mandorla. Per salutarlo gli toccava la cintura che gli scendeva aperta sui fianchi e dopo sbatteva la porta di casa senza riaccompagnarla, con un colpo da uomo.

La nuvola fluttuava e il suo riflesso lambiva la ringhiera della scala.

Il fico continuava il giuoco di rincorrersi con i rami diversi finestra per finestra: quella della cucina era socchiusa e la nuora illuminava il raggio che ne veniva con la vestaglia rosa di cittadina. I suoi colpi maldestri sulle stoviglie e sull’acquaio cadevano uno dietro l’altro con uno strano accanimento, tra il richiamo e il canto.

Possanza evitava di guardare quella bellissima donna discinta, con tutto il collo e le braccia nude, con il petto che si muoveva sotto il lucido della camicia. Andava di proposito a dare uno sguardo alla piccola Lavinia, la nipote, ancora dentro la culla in fondo al letto dei genitori. Ma oltre al conforto della tenerezza di quel sonno, gli toccava di raccogliere, anche se evitava di sapere se volontariamente o no, la visione del letto disfatto, più basso dalla parte della sposa e un profumo che l’avrebbe accompagnato a lungo, fino a mischiarsi anche nel tatto con quello della creta lavorata.

Perché leggere La scatola nera di Amos Oz

fotogghj Caro Alec,

Se non hai distrutto questa lettera appena riconosciuta la mia grafia sulla busta, è segno che la curiosità è più forte dell'odio. O che il tuo odio ha bisogno di nuovo combustibile.

Adesso impallidirai, stringerai le mascelle da lupo come fai sempre, sino a far scomparire le labbra, infine ti accanirai su queste righe per scoprire ciò che voglio da te, che cosa ho l'ardire di chiederti dopo sette anni di assoluto silenzio fra di noi.

Quel che voglio è che tu sappia che Boaz si trova in una brutta situazione. Voglio che lo aiuti il più in fretta possibile. Mio marito e io non possiamo fare nulla, perché Boaz ha troncato ogni rapporto. Come te, del resto.

Scoperchiare

Non so se i lettori di Amos Oz, di fronte all’intera sua produzione, sceglierebbero proprio La scatola nera (1987; trad.italiana di E. Loewenthal 2002): quando un grande scrittore scompare, chi lo ha molto amato, chi lo ha avuto accanto per circa cinquant’anni, difficilmente accetta di ricondurlo a un’opera soltanto, quasi gli si facesse un torto a non ricordare contemporaneamente le altre; ed è giusto che sia così, tanto più che questo romanzo forse meno di altri dello stesso autore si presta a far da paradigma della sua bibliografia, come di un tema in particolare o di un’epoca. Non è dunque alla ricerca di una presunta esemplarità che si prende in mano La scatola nera, ma per aprirla e guardarci dentro. E’ un’operazione difficile, perché, se da un lato impone di restare lucidi e attenti come davanti al reperto incontrovertibile e stringente di una catastrofe, più spesso scuote e travolge, come accade a Pandora davanti al leggendario vaso; perché questo romanzo ha l’evidenza demistificante e spesso cinica dei fatti accaduti e accertati e le risorse nascoste di un mito di rigenerazione.

Per questo vale la pena di togliere il coperchio, per trovare il coraggio di guardare quello che spaventa, la contiguità inevitabile tra eventi che si vorrebbe tenere distanti e separati e che invece reclamano uno spazio di deflagrazione, ma anche e finalmente di ricomposizione.

Duemilaventi Novecento

Duemilaventi Novecento Un altro mondo

Nel Duemilaventi è finito il Novecento. C’ho pensato ieri sera sul divano, guardavo Novecento di Bernardo Bertolucci con mio figlio che ha diciassette anni. All’inizio della quarantena mi ha chiesto una lista di film: li ha visti uno al giorno. Ieri sera, quando Attila uccide il bambino, si gira e mi dice: «vabbè, ma neanche fossero il diavolo e la strega cattiva. Ma possibile così cattivi? Ma possibile così cretini?» Io l’ho ammesso: «sì, hai ragione, è un po’ esagerato. Ma è un film di un altro mondo». «Quale mondo? Dimmi quando è finito quell’altro mondo» mi ha chiesto. «Basta» ho risposto, «che poi mica lo finiamo più».

Un altro dire

Il film è continuato, ma io non l’ho più guardato. «Quale mondo? Dimmi quando è finito quell’altro mondo». A sinistra, sulla libreria ho visto Hobsbawm, troppo facile, mille volte ho detto «secolo breve» a scuola. Sulla destra mio figlio ha continuato a cercare una posizione sul divano, il film l’annoiava. Ho pensato: conta di più lui, mio figlio. Lui più di Hobsbawm, più dei libri, ha per me più risposte. Eh sì che in questi tre mesi è fiorito, porta domande, cerca i film, i romanzi no («sono troppo poco, vanno lenti, vanno letti»), legge il giornale sul pc. Ecco, il giornale, ora mi ricordo. Ho iniziato con il pensare che in questi tre mesi è morto e risorto il giornale. Perché tutti siamo tornati a leggere il giornale, a interrogare il giornale, ad aspettare il giornale, ma su uno schermo. I giornali oramai morti da almeno dieci anni, nel Duemilaventi hanno iniziato a rincassare con gli abbonamenti online. Nel Duemilaventi sono morti i giornali, quelli che hanno fatto il Novecento. Sono morti di carta, perché sono rinati di rete. Risorti con la pelle dei social, delle parole della gente. Il Duemilaventi è stato un altro dire.

Un altro stare

Continuo a sentire vicino mio figlio, mi deve risposte con le sue domande. Si gira, non capisce i personaggi, «chi sono i fascisti, chi sono i comunisti». Come la destra storica e la sinistra storica, come l’Impero e la Repubblica, come i buoni, come i cattivi: e chi li conosce. Il partito, ecco, la politica. A ottobre mio figlio avrà diciotto anni, prima o poi voterà, non sa la destra e la sinistra, la tessera, la sede. Eppure mio figlio discute, chiede, mi incalza: «apri il link su WhatsApp, me l’hanno girato, dimmi che ne pensi» m’avrà detto mille volte in questi giorni. Ha continuato a stare con gli altri, anche da casa, sul suo schermo c’erano gli altri, per lui anche così esistono gli altri. Per me no, è mancata la gente. Riguardo sulla destra e vedo Hobsbawm: sono mancate le masse. Divento e penso retorico. Ecco, le masse. Continuo col dirmi che nel Duemilaventi per la prima volta non ci sono state le masse. Quelle del Novecento, dei treni, nei maggi radiosi, per andare al fronte, per tornare in paese, le lotte nei campi, poi tutti inquadrati, da piazza Venezia, all’8 settembre, il 25 di aprile, il 18 di aprile, da Taranto a Torino, nel ’68 e nel ’77, addosso alla Renault 4 rossa, con i quarantamila, dalla guerra del Golfo, da Capaci, strascicati fino all’11 settembre, fino ai primi di febbraio Duemilaventi, per strada. Il corpo della gente c’è sempre stato nel Novecento, poi da marzo Duemilaventi, per la prima volta, non c’è più stato. Nel Duemilaventi si è interrotto lo stare.

In morte di un amico, Pierino Manni

 

Piero Manni 2 Questo articolo è uscito in altra versione, leggermente più breve, in “Poliscritture”,il 23.5.20

Ho conosciuto Pierino nel 1980, quando ho vinto la cattedra di ordinario all’università e mi sono trovato sbalestrato in quella di Lecce. 17 ore di treno e altrettante al ritorno tutte le settimane, salvo accorgermi poi che ero uno dei pochi ordinari a insegnare e i  più se ne stavano tranquillamente a casa facendo lavorare gli assistenti al loro posto. Cercai di reagire al menefreghismo dominante organizzando un libero seminario di letteratura contemporanea a cui potevano partecipare tutti gli interessati, anche se non erano studenti universitari. Così conobbi Annagrazia Doria e poi il marito, Pierino. Entrambi insegnanti, avevano deciso di svolgere la loro funzione all’interno del carcere minorile di Lecce, in modo da unire impegno civile e culturale (costante intreccio del loro modo di intendere la vita). Diventammo amici. Cenavo spesso da loro che mi allettavano comprando i dolci più squisiti della città che poi io e il loro figlio, allora all’incirca dodicenne, divoravamo con grande diletto. Poi cominciai ad andare a dormire a casa loro,  usufruendo della loro generosità e ospitalità.

Pierino allora era in quella parte dello PSIUP che si riconosceva nel Manifesto. Ricordo di avere incontrato Pintor a casa sua. Più avanti, con altre liste sempre di estrema sinistra, Pierino entrò a far parte del consiglio regionale della Puglia. Ma più che altro era un punto di riferimento per tutti i compagni, al di là di ogni schieramento politico. Il suo carattere allegro e misurato, pieno di vita e di iniziative ma anche tranquillo e pacato nel ragionamento lo rendevano una figura di saggio arguto e avveduto, su cui  si poteva sempre fare affidamento. Era anche notevolissimo scrittore, inventivo, originale, vagamente gaddiano nel linguaggio sempre sorprendente, sia che scrivesse una guida semiseria della Puglia sia che si impegnasse in racconti spesso ispirati alla storia o alla vita quotidiana pugliese.

Il secondo anno venni richiamato da Siena, ma preferii continuare anche a Lecce il corso che vi avevo già cominciato. Il lunedi e il martedì insegnavo a Siena, il mercoledì e il giovedì a Lecce, il venerdì mi fermavo a Roma nella direzione di DP di cui facevo parte. Fu allora che Pierino mi parlò della sua intenzione di fondare un periodico di cultura, l’ Immaginazione e poi, qualche mese dopo, addirittura una casa editrice, che provvisoriamente pensava di installare nel garage e nello studio di casa. Mi chiese di collaborare al primo e di dirigere una collana per la seconda. Facemmo vari progetti, organizzammo convegni (cui parteciparono, ricordo, Leonetti, Ferretti, Giuliani, Pagliarani), uno dei quali, anni dopo, ebbe particolare successo:  quello contro i poeti innamorati e l’orfismo allora trionfante; e finalmente anche la rivista cominciò a uscire, grazie pure all’aiuto e alla collaborazione che ci dette Maria Corti, che a Lecce aveva insegnato anni prima. La rivista e la casa editrice ebbero un successo insperato e vari giornali, ricordo, li presentarono come il prodotto di “due leccesi milanesi” (per capacità operative e organizzative). Nella collana che dirigevo io uscirono per esempio libri di Sanguineti, Fortini, Pagliarani, Malerba, Cacciatore, Loi, Giuliani. Rapidamente Manni editore divenne la sigla di una delle più significative case editrici indipendenti o alternative, come si chiamavano allora.

La classe è, e deve continuare ad essere, una comunità ermeneutica. Non una community.

bd3346ba561b5b55180dd1441a09d1ee L Partiamo dal significato della parola ‘comunità’. Secondo il dizionario, la comunità è un insieme di persone unite tra di loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni”. La classe, possiamo agevolmente convenire, corrisponde a pieno titolo a questa definizione, rispettandone ogni elemento che la descrive. Immaginata in un’aula scolastica, essa assume anche una dimensione fisica concreta, configurandosi come un luogo stabile e costante che si contrappone ai non luoghi che, secondo Marc Augé, infestano questa nostra vorticosa e inafferrabile surmodernità.

Se la filosofia e la sociologia non ci bastano, possiamo approfondire questo concetto anche avvalendoci della moderna scienza evoluzionista, che sviluppa con esperimenti di laboratorio l’antica e sempre valida osservazione empirica di Aristotele che l’uomo è un animale sociale.“La comunità è ciò che fa girare il mondo. In questo senso siamo in piena sintonia con il nostro retaggio di primati: la caratteristica distintiva delle scimmie e delle scimmie antropomorfe è la socialità, spesso una forma di socialità molto intensa.” Così scrive l’antropologo e psicologo Robin Dunbar, insieme a una nutrita compagnia di etologi, biologi e psichiatri di tutto il mondo. E con buona pace di chi crede che a questa socialità creaturale, fisica, incarnata, incorporata, la scuola possa mai rinunciare. Covid o non Covid.

Insieme, in classe, formiamo una comunità. Una comunità che educa e in cui ci si educa, in cui insegniamo e impariamo, componendo un tessuto dialogico in cui i fili della trama della speculazione pedagogica si intrecciano con quelli dell’ordito dell’educazione maieutica in atto, ed in cui pensiero e azione, razionalità e affettività agiscono e re-agiscono in sincronia. Solo un’educazione concepita come concreta esperienza creativa collettiva di liberazione, intellettuale e emozionale a un tempo, ed esperita come il tentativo, in un percorso comune, co-educativo, del superamento della nostra ontologica, individuale, ‘inconclusione’ di esseri umani, può aiutarci ad essere ‘persone più persone’, può consentirci, come suggerisce il pedagogista brasiliano Paulo Freire, di ‘essere di più’.

La dimensione comune in cui si dà questa possibilità di sentire e implementare, insieme all’Altro, il Sé come progetto esistenziale, al di là di ogni paralizzante determinismo, è, nell’aula scolastica, una dimensione politica. Il dialogo educativo, che non si esaurisce nel semplice incontro vicendevole Io/Tu o Me/l’Altro, ma diventa ‘esperienza di comunione’ più ampia e significativa, in un percorso di umanizzazione potenzialmente infinito, è un dialogo politico (politikòs, che attiene alla polis), perché situato in una realtà che è sempre storica, materiale e creaturale. E che deve essere sempre interpellata e agita in modo critico e analitico, riconoscendo i suoi aspetti coercitivi visibili e invisibili, facendo leva sulle sue contraddizioni, rifiutando la logica fallace della neutralità e combattendone ogni disumanizzante deriva.

Forme d’amore improvviso: Almarina di Valeria Parrella

978880623061HIG Con il romanzo Almarina (Einaudi, 2019) Valeria Parrella sembra reclamare la possibilità di vedere riconosciute “forme d’amore improvviso” come quello che scocca in Elisabetta Martorano per una giovane detenuta conosciuta nel carcere minorile di Nisida, dove la donna insegna.

Nel prologo del romanzo – cinque pagine che tracciano la parabola esistenziale e spazio-temporale di tutta la vicenda -  è espressa, in nuce, la spinta che anima le protagoniste rispetto a una vita che le convenzioni sociali e burocratiche vorrebbero già predeterminata: dalla trafila prevista per l’adozione o l’affido al diritto di cittadinanza; dagli stati di famiglia ai casellari giudiziari; dai regolamenti carcerari agli stati civili.

L’io narrante, Elisabetta, è rimasta vedova a cinquant’anni e vive una condizione di solitudine che, secondo il senso comune e le normative, dovrebbe precluderle la possibilità di crescere un figlio. Invece, a tre anni di distanza dalla perdita del marito, si reca presso il Tribunale dei Minori per chiedere in affido Almarina. Per quest’ultima, del resto, le consuetudini procedurali vorrebbero che, a fine pena, venisse indirizzata a una comunità come quella di don Valentino. Invece un rapporto imprevisto -  a metà tra il materno e il sororale - rivendica il diritto di essere vissuto e rispettato:

Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d’amore improvviso vi mettono in sospetto. Volete che l’amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto.  […] Io mi sono legata a Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un gran nuotatore (V. Parrella, Almarina, Torino, Einaudi, 2019, p. 57).

Elisabetta e Almarina, in linea con altre protagoniste già tratteggiate da Parrella (basti pensare al romanzo Lo spazio bianco), scelgono lo scarto rispetto alla norma, trasformano una svolta imprevista e dolorosa in cambiamento audace:

Elisabetta lo fa dopo aver rimesso insieme tanto i ricordi del suo matrimonio con Antonio (“Credo che il matrimonio sia cominciato così: che mischiammo i libri”), quanto quelli dei tre anni trascorsi a elaborare il lutto per un marito molto amato (“Da tre anni vado in giro con il passaporto invece che con la carta d’identità, perché sul passaporto non c’è scritto lo stato civile”). Almarina, dal canto suo, accetta la proposta di Elisabetta senza false promesse: in lei c’è l’aspirazione a un futuro tutto da inventare, il sogno lontano di vendere profumi (“lei ogni tanto dalla panchina indicava verso il muro di cinta, con le garitte e il filo spinato, perché laggiù in quel punto, ormai, lampeggiava l’insegna della profumeria. ALMARINA”); del passato le resta il desiderio di ritrovare notizie del fratello Arban, arrivato in Italia con lei ma dal quale è stata separata.

Perchè leggere La tregua di Primo Levi

list485  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di “recuperare”, a qualunque costo, ogni uomo abile a lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Da vari indizi è lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo, ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell’avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera.

Nell’infermeria del lager di Buna-Mònowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.

La prima pattuglia russe giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, chè la fosse era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro giovani a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

Perché leggere Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi

El Greco View of Toledo Pregnante, labirintico, inesorabile capolavoro

Usciti dalla trattoria i cuochi e i camerieri, Domenico Rosi, il padrone, rimase a contare in fretta, al lume di una candela che sgocciolava fitto, il denaro della giornata. Gli si strinsero le dita toccando due biglietti da cinquanta lire (…). Se la candela non si fosse consumata troppo, avrebbe contato anche l’altro denaro nel cassetto della moglie; ma chiuse la porta, dandoci poi una ginocchiata forte per essere sicuro che aveva girato bene la chiave. (…) Ormai erano trent’anni di questa vita; ma ricordava sempre i primi guadagni, e gli piaceva alla fine d’ogni giorno sentire in fondo all’anima la carezza del passato: era come un bell’incasso. La sua trattoria! Qualche volta, parlandone, batteva su le pareti le mani aperte; per soddisfazione e per vanto.

Di quest’uomo, restato contadino, benché avesse presto mutato mestiere, è figlio Pietro Rosi. Studente svogliato, rimandato, predestinato alla trattoria di famiglia e recalcitrante verso questo destino, il ragazzo (tredicenne quando si apre il racconto) ha con il padre un rapporto raggelante:

Pietro, gracile e sovente malato, aveva sempre fatto a Domenico un senso d'avversione: ora lo considerava, magro e pallido, inutile agli interessi; come un idiota qualunque! (…) Pietro abbassava gli occhi, credendo di dovergliene chiedere perdono come di una colpa. Ma questa docilità, che sfuggiva alla sua violenza, irritava di più Domenico. E gli veniva voglia di canzonarlo.
Quei libri! Li avrebbe schiacciati con il calcagno! Vedendoglieli in mano, talvolta non poteva trattenersi e glieli sbatteva in faccia. (…) Pietro stava zitto e dimesso; ma non gli obbediva. Si tratteneva meno che gli fosse possibile in casa (…). Aveva trovato modo di resistere, subendo tutto senza mai fiatare.

Sua madre è Anna, una bastarda senza dote, piuttosto bella, remissiva e fanatica, plurimamente tradita dal marito; soffre di convulsioni che nel tempo si fanno più frequenti e più forti (fino a condurla prematuramente alla morte) e, sebbene sia lei che, per non tenere Pietro proprio in ozio, lo mette alle belle arti, nemmeno questo legame procura al ragazzo qualche conforto: anche quando l’ha vicino, restano come due che abbiano l’impossibilità d’intendersi; e Pietro, d’altra parte, evita sempre di farle sentire che le vuole bene. L’adolescenza di Pietro si consuma quindi in questo deserto di affetti e di relazioni, con l’unica aspirazione di star lontano dalla trattoria del Pesce azzurro e dai suoi grotteschi avventori, andando a scuola o al podere di Poggio a’ Meli: benché piccolo, il podere è bello, ci si trova una dolcezza che invita a starci e la madre malata vi trascorre lunghi periodi. E’ lì che avviene il primo incontro con Ghìsola (la nipote di due vecchi e fedeli contadini assalariati), accanto alla quale Pietro con gratitudine sperimenta le sue prime emozioni delicate. Il ragazzo coglie confusamente in lei quello che la voce narrante subito rileva sotto l’apparenza scialba:

… il volto di Ghìsola era tranquillamente insignificante e sciatto. Sembrava, con la sottana rimendata male, troppo semplice e quasi stupida.
Vi sono esseri che non chiedono nulla a nessuno e rinunziano a tutto (…). Se qualcuno li ama, non vogliono cambiarsi; chiedendo che cosa questo bene esiga. E allora lo evitano. (…) Talvolta credeva, con piacere e con stizza, che il suo viso offendesse. Quando gli altri parlavano si metteva silenziosa (…). Non la interessava niente; obbediva a Masa e ai padroni, perché da se stessa non avrebbe pensato né meno alla calza; e sentiva malvolentieri che tutto ciò che esiste non era soltanto in lei. (…) Non si sarebbe arrischiata ad avere qualche idea perché ne aveva troppe che non le si addicevano (…). Ma c'era in lei il presentimento e il senso di una vita, che le montava la testa come la ricchezza e il lusso degli altri.

Leggere e scrivere poesie in classe, a distanza

LovingVincent  Il 9 marzo 2020 usciva il mio articolo leggere e investigare poesie in classe, in cui raccontavo la prima parte di un progetto che aveva come obiettivi incontrare, leggere e imparare a decodificare e commentare il testo poetico, ad esso si sarebbe poi aggiunta la seconda parte: scrivere.

Nel frattempo il mondo si è fermato.

Non racconterò delle perplessità che avevo su fare un laboratorio di scrittura a distanza, non racconterò di come questo non sia il lavoro che sono abituata a fare, non dirò dei limiti, né voglio che il percorso che racconterò venga interpretato come grande risorsa e grande risultato. Si è trattato di lavorare in emergenza e di farlo seriamente, consapevole del fatto che mi sarebbero venuti a mancare due assi portanti del mio laboratorio: le consulenze individuali e tra studenti e la discussione in classe.

Prima di partire

Le domande che mi sono posta sono state queste:

  • Come posso rendere sempre più autonomi i ragazzi? Far in modo che provino a sperimentare da soli?
  • Come posso guidarli passo passo nella costruzione del nostro percorso di lavoro?
  • Come posso sopperire alla mancanza dell’accompagnamento in classe, della negoziazione dei significati tipica delle lezioni in classe?

Ho scelto quindi di proporre le lezioni in forma scritta, suddividendo giornalmente le attività da fare e corredandole con video lezioni di spiegazione sul testo, sulle attività che avrebbero dovuto svolgere. Il momento della condivisione è stato garantito dalle nostre chat letterarie: momenti in cui abbiamo discusso in forma scritta dei testi degli autori presentati nel file e delle difficoltà incontrate.

Per le consulenze di scrittura, i momenti in cui ciascun ragazzo si confronta con me sul suo testo, siamo ricorsi a video lezioni in piccoli gruppi.

Potete consultare l’intero percorso a questo link