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diretto da Romano Luperini

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Analisi logica insufficiente. Le piccole trappole dell'Invalsi

 

bart-soggetto.jpg «A lei non piace la verdura». Analisi logica. «(A) lei» soggetto. Nei compiti di grammatica degli alunni della secondaria di primo grado (forse anche di secondo grado) può capitare di imbattersi in errori come questo, errori che appaiono talvolta vistosi e di fronte ai quali alcuni docenti possono essere colti da vero sconforto. Per arrivare ad analizzare una frase in cui sia presente un complemento di termine, infatti, qualsiasi docente lo avrà certamente trattato, chiarendo anche che le preposizioni introducono esclusivamente i complementi indiretti, mai gli oggetti diretti (salvo il caso in cui si tratti di partitivi e quindi non di preposizioni), figuriamoci un soggetto. Allora perché questi errori? Errori che si presentano in modo diffuso, anche tra gli alunni più validi nelle prove di quella che si chiama (ma che forse non è ancora) riflessione linguistica? Siamo sicuri che gli alunni non abbiano al fondo un po' di ragione?

L'interessante spunto di riflessione in tal senso lo offre un quesito di un test Invalsi di qualche anno fa, somministrato a una classe terza di livello medio-alto, come prova di simulazione in preparazione al test Invalsi vero e proprio, nella sezione di grammatica. Il quesito era il seguente:

C4. Qual è il soggetto delle frasi che seguono? Scrivilo vicino ad ognuna.

Attenzione: scrivi il soggetto anche quando è sottinteso.   

  1. a) L'hai avuto l'invito?
  2. b) A lei non piace la verdura
  3. c) Dove l'avete messa la mia cartella?
  4. d) Il mio libro l'hai preso tu?
  5. e) Vi interessa questo spettacolo?
  6. f) Correvano tutti verso la piazza

Roberto Calasso, Libro di tutti i libri. Appunti di lettura

 

07092ff2a8bd2283a586c49d66d646a2_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg 0. A lettura conclusa mi verrebbe da riassumere in pochi accenni l’intento del libro di Calasso: l’autore con questo libro ha voluto ri-scrivere meglio la Bibbia.

1. Proviamo a definire il testo. È un saggio? No, non c’è una riflessione, un ragionamento o un’ipotesi sulla Bibbia, le note sono quasi esclusivamente legate a citazioni di testi, non abbiamo idea di quali altri libri abbia utilizzato Calasso per costruire il suo testo; c’è una digressione, il cap. VIII Lo spettro non redento, su Freud (in particolare su Mosè e il monoteismo), ma nulla che non vada oltre un riassunto dei temi del saggio freudiano. Non è una riscrittura, perché diversamente da quanto ad esempio fa Coccioli con il suo Davide (Sironi) non c’è una focalizzazione su di un punto specifico del testo[1]. Ne Il libro di tutti i libri dire Calasso ripete quello che già nei libri della Scrittura sta scritto.[2]

2. Non riesco a trovare una ragione di senso e di fondamento per questo libro. Coleridge diceva che ogni opera contiene al suo interno i motivi per cui si presenta in un dato modo. Quindi mi chiedo i motivi di questo lavoro: cosa voleva significare? Cosa voleva raccontare? Io penso che il problema di Calasso sia proprio che ignori il modo per cui la Scrittura è così come è. La domanda che la scrittura pone quasi dal principio è uno degli interrogativi principi della letteratura ovvero “Chi?”.[3]

3. La storia della Bibbia è un tentativo di risposta a questa domanda: non è un caso, infatti, che i libri biblici siano pieni di riconoscimenti, ma anche di fughe e di travestimenti (l’epitome potrebbe essere la storia di Giuseppe). Calasso, nel raccontare ad esempio la storia di Saul e di Davide, parla dell’elezione a Re, che avviene in segreto, ma non si sofferma mai sulle motivazioni o narrative o teologiche della scelta. Semplicemente riscrive quello che è già scritto. Domandarsi Chi? Significa chiedersi da dove, chiedersi come è costruito il testo, quali sono i modi, grazie ai quali gli autori diversi delle diverse redazioni dei libri della Bibbia hanno prodotto una così sorprendente unitarietà.

4. Calasso, quindi, non si pone le domande centrali della critica letteraria: Chi è il narratore del testo? Chi è l’autore del testo? Chi sono i personaggi?

“In principio Dio creò il cielo e la terra.” (Gn 1,1) Chi scrive queste parole? Che tipo di narratore produce questo racconto? Ovviamente mi si dirà è un narratore onnisciente, ed è vero, ma a voler essere precisi il narratore è così onnisciente da esserlo più del suo creatore. Infatti sempre lo stesso – poche righe dopo – scrive: “Dio vide che la luce era  cosa buona” (Gn 1,4). Nel versetto a colpirci è appunto “vide che era cosa buona” ovvero il narratore è interno alla mente di Dio stesso; cioè abbiamo un narratore che non solo racconta un fatto a cui non ha assistito, perché non era ancora stato creato, ma entra nei pensieri di Jahwè e ne legge i pensieri, e sceglie quali dire a quali no. Ne Il Libro di tutti i libri di questa vertigine non c’è traccia, ho l’impressione di essere davanti a una sorta di operazione non dissimile da quella che fece Baricco con l’Iliade e con la decisione di eliminare gli dei. La sensazione che qualcosa manchi e che sia proprio Jahwè.

Un intellettuale corretto dalla scienza? Il personaggio-medico in Carlo Levi e Axel Munthe

cristosiefermatoaebolibanner.jpg Quali sono gli elementi che accomunano La storia di San Michele, 1929 e Cristo si è fermato a Eboli, 1945, due romanzi in apparenza così distanti: bestseller di un viaggiatore svedese, snobbato dalla critica italiana e non, il primo, pilastro della nostra narrativa post-bellica neo-realista, studiatissimo da allora ad oggi, il secondo?

Le convergenze partono proprio dalla figura del medico, uno e trino protremmo dire, che unisce infatti autore, narratore in prima persona e protagonista, creando con il lettore un patto di realtà immediatamente molto forte. Con Philippe Lejeune saremmo spinti a pensare che si tratti di scritti autobiografici, ma c’è nelle maglie del testo un ingrediente che li rende inequivocabilmente, con sfumature diverse, romanzi: la finzione.

Secondo elemento che accomuna questi due romanzi è il contesto sociale in cui, da lontano - e per motivi diversi - arrivano, una comunità contadina coesa di un piccolo centro del sud Italia.

Terzo elemento è il modo in cui entrano in contatto con questa comunità: uno sguardo reciprocamente benevolo. Anche se siamo portati a pensare che quello del protagonista sia il tipico sguardo dell’intellettuale sulla società, vedremo tra un attimo che non è esattamente così. È sì un occhio ‘colonialista’ (Said) perché esterno e dall’alto, ma che manifesta al contempo grande ammirazione e quasi invidia. Il protagonista medico è infatti fortemente attratto dalla semplicità dei rapporti che unisce la comunità contadina campana (Anacapri) e lucana (Grassano e Aliano) con cui si trova ad avere a che fare, causa il confino e una scelta di vita. Se poi cambiamo prospettiva, come fanno entrambi i narratori, ci accorgiamo che anche la comunità contadina è molto ben disposta nei confronti di questo ‘forestiero’, personaggio che arriva all’improvviso da fuori, e il motivo principale è che si tratta di un medico. Le comunità contadine mostrano subito una fortissima ammirazione per Carlo Levi e Axel Munthe in quanto medici con funzione salvifica e quasi taumaturgica.

Ulteriore tratto (il quinto sin qui) che accomuna i due romanzi, strettamente collegato al precendete, è l’esplicita ritrosia dei protagonasti nell’esercitare la professione di medico in quel contesto, nuovo per loro. L’identità del medico è un ingombro, è avvertita come un impedimento all’integrazione alla pari con il paradiso primigenio (la comunità contadina dai tratti ancestrali) di cui percepiscono immediatamente la forte coesione.

Tu sei il dottore che è arrivato ora? – mi chiesero- Vieni, che c’è uno che sta male”. Avevano saputo subito in Municipio del mio arrivo, e avvevano sentito che io ero un dottore. Dissi che ero dottore, ma da molti anni non esercitavo; che certamente esisteva un medico nel paese, che chiamassero quello e che percio non sarei venuto. Mi risposero che in paese non c’erano medici, che il loro compagno stava morendo. –Possibile che non ci sia un medico? – Non ce ne sono -. Ero molto imbarazzato: non sapevo davvero se sarei stato in grado, dopo tanti anni che non mi ero occupato di medicina, di essere di qualche utilità. Ma come resistere alle loro preghiere? Uno di essi, un vecchio dai capelli bianchi, mi si avvicino’ e mi prese la mano per baciarla. Credo di essermi tratto indietro, e di essere arrossito di vergogna, questa prima volta come tutte le altre poi, nel corso dell’anno, in cui qualche altro contadino ripeté lo stesso gesto. Era implorazione, o un resto di omaggio feudale. Mi alzai e li seguii dal malato.

Parlare di libri, parlare coi libri: il cervello che legge

festalibro-678x381.jpg Questo articolo riprende l’intervento “Leggere, comprendere, condividere: la classe come officina di letture” tenuto da Linda Cavadini presso il Convitto Cutelli a Catania il 22 novembre, nell’ambit odi Lettere di classe, incontri di formazione a cura di ADI-SD Catania.

A questi  link è possibile scaricare la bibliografia dell’incontro e i testi che sono stati affrontati

***

La lettura è come la pesca con la lenza. Potete rimanere ore senza prendere niente e improvvisamente prendete qualcosa. Non è nemmeno questione di pazienza, perché essere pazienti significa essere passivi, ma piuttosto essere vigili e di prendersi il proprio tempo

Hemanuel Hocquard

Milano, uno di quei giorni d’autunno in cui fa ancora caldo, sono di ritorno da un convegno in cui si è parlato di scuola, di ragazzi e di società. Salgo sul treno e apro il sistema periodico di Levi. Mi incollo a Idrogeno, storia dell’amicizia tra Enrico e Levi e della loro avventura nel laboratorio di chimica, luogo in cui imbastire la spasmodica ricerca de la mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo, ossessione del giovane Levi che lamenta: a scuola mi somministravano tonnellate di nozioni che digerivo con diligenza, ma che non mi scaldavano le vene.

Ecco, tutto quello che avevo ascoltato in quella giornata stava lì, condensato in un racconto di Levi e al contempo marcava la differenza tra gli studenti del passato e i miei, che oggi non digeriscono più con diligenza le nozioni, ma anzi che scorrono e guardano molto, ma che sempre meno leggono libri. Con idrogeno come bussola e con molti altri libri in testa mi sono trovata, quindi, a ragionare sul cervello che legge, su come è cambiato il nostro modo di leggere e sul compito dei docenti e della scuola: per affrontare questo argomento non si può prescindere dai moderni studi delle neuroscienze (S. Dehaene I neuroni della lettura,  Milano 2009, M. Wolf Lettore vieni a casa, Milano 2018, M. Wolf Proust e il calamaro, Milano 2009 J. Siegel la mente adolescente Milano 2013) ma, come spesso mi accade, ho trovato nella letteratura ulteriori stimoli di riflessione.

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti.  Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto.

Le nuove sfide della cultura: numeri, pubblici e audience development

 

00051A5C-venezia-affollata-di-turisti.jpg In Italia, le istituzioni culturali sono affette da una grave malattia, sempre più dilagante: la “tirannia dei numeri”. Solitamente, i primi sintomi che si manifestano sono delle frasi di circostanza quali “i beni culturali sono il petrolio dell’Italia” oppure “l’Italia è un paese che potrebbe vivere di solo turismo”; a seguire, compaiono i temibili numeri, di cui i più autorevoli sotto forma di classifica pubblicata annualmente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali circa il numero di visitatori e di introiti registrati presso i musei, i monumenti e i siti archeologici statali.

Così, “infettate” dai numeri, lo scopo di queste istituzioni diventa quello di registrare quanti più ingressi possibili, per avere in palio un posto nell’albo d’oro dei musei più visitati dell’anno, una menzione speciale su tutti i quotidiani nazionali nonché l’accesso a cospicui finanziamenti pubblici.

Ironia a parte, la situazione nel nostro Paese è veramente ossimorica; se da una parte ci si vanta spesso di possedere un invidiabile e ricco patrimonio storico-artistico, una storia millenaria e una fucina in continua crescita di offerte creative e originali, dall’altra manca un’adeguata visione strategica e a lungo termine di gestione e progettazione dello sviluppo del settore culturale, in quanto ci si limita a guardare solamente l’aspetto più effimero (ovvero i numeri) e quello più utile (gli introiti).

E il problema è tutto racchiuso qui: questi numeri dovrebbero essere il mezzo e non il fine delle nostre politiche culturali; e, come sottolineato dalla letteratura di settore, essi ci forniscono solamente dati quantitativi circa il numero di ingressi registrati presso una singola istituzione culturale, ma non ci danno alcun tipo di informazione utile circa i visitatori che usufruiscono dei servizi culturali, né di tipo anagrafico – età, nazionalità, livello di istruzione – né di stampo squisitamente qualitativo (che interessi hanno, come mai sono venuti in visita, che aspettative avevano e se sono state soddisfatte, cosa vorrebbero venisse offerto loro in più, e così via discorrendo).

Occorrerebbe, dunque, che le istituzioni culturali avviassero una vera e propria rivoluzione, consistente nello spostare l’attenzione dalle proprie collezioni e dai propri contenuti, adeguando l’offerta – spesso antiquata rispetto ai ritmi della società moderna – a una domanda sempre più eterogenea e multiforme, e mettendo così al centro delle proprie politiche i pubblici, analizzandoli, interrogandoli e venendo incontro alle loro esigenze.

Questa “rivoluzione copernicana dei pubblici”, come è stata definita dalla ricercatrice Alessandra Gariboldi, prende il nome di audience development.

Machiavelli e la contraddizione. Figure della negazione dalla sintassi al pensiero nel VII capitolo del «Principe»

niccolo-machiavelli-analisi-opere.jpg Pubblichiamo una analisi del settimo capitolo del «Principe» di Machiavelli, che parte da considerazioni sulla sintassi per poi spostarsi sull’interpretazione della contraddizione rappresentata da Cesare Borgia. Per Machiavelli, l’esempio di Borgia può insegnare meglio di qualsiasi precetto astratto come deve comportarsi un principe in un dominio nuovo: eppure il suo regno è stato brevissimo ed è nato grazie al potere di suo padre, papa Alessandro VI.

Coloro e quali solamente per fortuna diventano privati principi, com poca fatica diventono ma con assai si mantengano; e non hanno alcuna difficultà fra via perché vi volano, ma tutte le difficultà nascono quando e’ sono posti. E questi tali sono quando è concesso ad alcuno stato o per danari o per grazia di chi lo concede: come intervenne a molti in Grecia nelle ciptà di Ionia e di Ellesponto, dove furono fatti principi da Dario, acciò le tenessino per sua sicurtà e gloria; come erano fatti ancora quelli imperatori che di privati, per corruptione de’ soldati, pervenivano allo imperio.

Questi stanno semplicemente in sulla volontà e fortuna di chi lo ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime et instabili. E non sanno e non possano tenere quello grado: non sanno, perché, se non è omo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole che, sendo vixuto sempre in privata fortuna, sappia comandare; non possono, perché non hanno forze che gli possino essere amiche e fedeli. Dipoi gli stati che vengano subito, come tutte l’altre cose della natura che nascono e crescono presto, non possano avere le barbe e correspondenzie loro in modo che il primo tempo adverso non le spenga; se già quelli tali (come è detto) che sì de repente sono diventati principi non sono di tanta virtù, che quello che la fortuna ha messo loro in grembo, e’ sappino subito prepararsi a conservarlo, e quelli fondamenti che gli altri hanno fatti avanti che diventino principi, gli faccino poi.

Io voglio a l’uno e l’altro di questi modi detti, circa il diventare principe per virtù o per fortuna, addurre dua exempli stati né dì della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco, per gli debiti mezi e con una grande sua virtù, di privato diventò Duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, com poca fatica mantenne. Dall’altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo Duca Valentino, acquistò lo stato con la fortuna del padre e con quella lo perdé; non obstante che per lui si usassi ogni opera e facessini tutte quelle cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare, per mettere le barbe sua in quelli stati che l’arme e fortuna di altri gli aveva concessi. Perché (come di sopra si disse) chi non fa e fondamenti prima, gli potrebbe con una grande virtù farli poi, ancora che si faccino con disagio dello architettore e pericolo dello edifizio. Se adunque si considerrà tutti e progressi del duca, si vedrà lui aversi fatti grandi fondamenti alla futura potenzia; li quali non iudico superfluo discorrere, perché io non saprei quali precepti mi dare migliori a uno principe nuovo, che lo exemplo delle azioni sue. E se gli ordini sua non gli profittorno, non fu sua colpa, perché nacque da una extraordinaria et extrema malignità di fortuna.

(Il principe, VII)

La Resistenza in Valdichiana- Insegnare italiano ai richiedenti asilo attraverso i diari dei partigiani

Resistenza-filo-spinato-900x445.png Gli feci un cenno con le mani, invitandolo a scendere, ma sembrava non capirmi; vedevo che si contorceva e contraeva il volto per il dolore, ma non potevo fare niente per aiutarlo. Infine decisi di arrampicarmi con altri compagni sulla carlinga e, appena fummo sopra, ci apparve uno spettacolo sconcertante, una scena da mattatoio: il pilota ci appariva come un vitello scannato, tanto era intriso di sangue. Ero sul davanti, di fronte a lui che mi stava guardando con gli occhi sbarrati e che si lamentava tremendamente. Iniziammo ad estrarlo, ma non ce la facevamo perché era ancora immobilizzato dalle cinture.

Le tagliammo con difficoltà e molti sforzi, riuscimmo finalmente, fra i suoi lamenti disperati, a sollevarlo e calarlo a terra, mentre sentivamo vicinissimo il rumore dei mezzi tedeschi, che avevano seguito la scena e venivano a catturare il pilota. In fretta trasportammo il pilota verso il bosco, mentre alcuni compagni ci proteggevano, ma appena arrivati udimmo colpi di fucile. Incuranti dei lamenti del pilota ci avviammo verso la montagna, mentre i compagni dietro ci proteggevano da eventuali attacchi.

Ad ogni scossone, il pilota riprendeva a contorcersi per il dolore, ma anche se dispiaciuti, continuammo la strada fino a Cantalena.

Scaricammo il pilota, lo sistemammo alla meglio in casa della famiglia Barbi che si offrì di ospitarlo e, dopo averlo spogliato con l'aiuto della signora Luisa, lo medicammo alla meglio in attesa di poter trovare un dottore disponibile.

Ora era in buone mani: aveva trovato una nuova mamma, che lo custodiva amorevolmente come un figlio, anche se a lui appariva come una mamma “nemica”. Da questa esperienza nasce una nuova concezione della vita e del modo; e cioè, quanto le genti semplici di qualsiasi parte del mondo sono umane e si possono comprendere ed aiutare fraternamente senza considerarsi nemici, ma fratelli.

Il giorno dopo arrivò il Dottor De Jodicibus che provvide alle medicazioni secondo le regole della scienza medica, promettendoci che sarebbe tornato per un controllo, e così fu. Ora con il passare dei giorni, Neuel si era ripreso, era autosufficiente, e il giorno 3 luglio ci seguì a piedi a Cortona, partecipando così alla liberazione di quel paese e dando contributo alla nostra lotta per la libertà.

Adattato e semplificato da  Ezio Raspanti, Ribelli per un ideale, ANPI, 1995, pp. 265, 266.

Stefano Dal Bianco, Una nuova edizione di Ritorno a Planaval

ritorno_planaval.jpg Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, uscito nel 2001 per Mondadori, è stato ripubblicato da poco per i tipi di Lieto Colle-Pordenonelegge, con una postfazione di Raffaella Scarpa e due interventi dell’autore e di Fernando Marchiori.

Pubblichiamo cinque testi e l’intervento dell’autore Il suono della lingua e il suono delle cose, ringraziando Stefano Dal Bianco e l’editore per la disponibilità.

***

È successo che avevamo rinunciato a sognare, e a riconoscere il profilo e il colore delle cose. Attraverso di noi cresceva la stagione peggiore. Un principio di immobilità aveva assunto i connotati della concentrazione. Pensavamo che rimanere all’erta fosse necessario per non farci trascinare dall’onda della vita altrui. E restavamo fermi, e se qualcuno ci chiedeva: Tu cosa pensi?, noi pensavamo che non volevamo pensare niente.

***

La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto

come se fosse la mia libertà ad accogliermi,

ma se tu chiami

da dentro una presenza di lenzuola, ecco

io sono pronto

a stringermi nel sonno, a prendere atto

di quanto sia rimasto, in questo letto,

e quanto sia, di te, rimasto fuori.

Il mio incontro con Italo Calvino

 

Copertina Falaschi 

Giovanni Falaschi ha recentemente pubblicato per Aguaplano editore il proprio carteggio (in parte inedito) con Italo Calvino. Su gentile concessione pubblichiamo parte dell’introduzione del volume.

Fu in uno di quei miei giorni torinesi della prima metà degli anni Sessanta che mi venne in mente di cercare per telefono Calvino in casa editrice, con la quale non avevo mai avuto rapporti e neppure con lui. Me lo passarono, gli spiegai chi ero e cosa stavo facendo; all’inizio non mi sembrò troppo entusiasta di incontrarmi dicendomi che non sapeva come aiutarmi; insistetti, e allora mi fissò un appuntamento per il giorno dopo. Più tardi ho capito il perché di questa resistenza: ero uno dei tanti studenti che gli si rivolgevano per tesi di laurea ma, come mi disse più tardi, anche per esercitazioni nella scuola media, e comunque per informarsi di ogni cosa che lo riguardasse. Per “levarseli di torno” (uso un’espressione sua, in cui condensò simpaticamente le ragioni che dovevano aver spinto Pavese, che se lo ritrovava spesso fra i piedi con un racconto nuovo, a consigliargli di scrivere un romanzo) si decise a scrivere nel 1970 la prefazione a Gli amori difficili in cui dà molte notizie autobiografiche e informazioni intorno alle proprie opere e alla critica che le riguardava.

 

Comunque, eccomi a Casa Einaudi, in uno studio con le pareti foderate di libri, e quasi subito da una scaletta di legno interna, scende un uomo ancora giovane, alto e asciutto (Calvino era allora sulla quarantina), vestito di calzoni bianchi e una camicia rosa con le maniche rimboccate. Ricordo anche che era molto abbronzato.

Quando si dice essere un ragazzo: la cosa che mi colpì a tutta prima fu la sua camicia rosa! Abitavo allora a Firenze, quindi non proprio in una cittadina di provincia quanto alla moda, ma non avevo mai visto un uomo con una camicia di questo colore, tranne, passeggiando sul lungarno, una volta uno straniero molto elegante, inconfondibilmente inglese, o un turista o uno della numerosa colonia allora di stanza a Firenze (i cosiddetti “anglobeceri”, che dagli anni Settanta hanno progressivamente abbandonato la città diventata meta di orde di “saccoapelisti”).

Magrelli e il commissario

978880624029HIG.jpg Nel 2018 Valerio Magrelli ha raccolto in volume tutte le sue poesie (Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi) e, contemporaneamente, ha ricominciato con un nuovo libro di versi: Il commissario Magrelli (Einaudi), opera a cui è stato assegnato il Premio Pagliarani 2019. 

Ne pubblichiamo alcuni testi, proponendoli insieme a una presentazione del libro scritta per il nostro blog dallo stesso Valerio Magrelli, che ringraziamo vivamente per la generosità.

***

I.

Dieci poesie da Il commissario Magrelli

1

Visto che tutti libri

hanno ormai un commissario,

mi faccio commissario

della poesia

e parto sulle tracce dei misfatti

che restano impuniti a questo mondo.

2

Povero vecchio, scherza il commissario:

la sciatica ti assolve, Pinochet…

Quante vittime vale un giradito?

E una colica? Un bel diabete, poi,

avrebbe tratto in salvo pure Goebbels.

Ah! I colpevoli anziani...

Tana libera tutti.

Raggiunti gli ottant’anni, vinci l’impunità.

Coi reumatismi, sistemi un genocidio:

vorrai mica infierire sui vegliardi!

È la “carta d’argento” del crimine,

il bonus del longevo.

Se invecchi in tempo,

non sei più responsabile di nulla.

Effetto Cile.

Sono i desparecidos del reato.

Il latino alle crociate

 

Colonna Traiana Renitenti al latino

Eccoli qui. Ventotto tra allieve e allievi di prima liceo scientifico. Ho appena congedato una quinta classe e inizia con loro un altro ciclo; a volte una storia d’amore. Il problema sarà farli innamorare di quello che insegno: perché io insegno (anche) latino. Impopolare quasi quanto il confratello greco (lo sanno bene i colleghi dei licei classici, uniti in rete come da nuovissimo epos); inutile quanto e più della già inutilissima letteratura di qualsiasi epoca e nazionalità.

«Prof, ma se io lo sapevo che alle scienze applicate non c’era latino, non ci venivo al tradizionale…» - mi dice Riccardo dal secondo banco.

«Se tu lo avessi saputo, non ci saresti venuto» – trovo appena la pedante prontezza di mormorare a fior di labbra al secondo giorno di scuola.

E nel frattempo penso «ci risiamo». Vaglielo a spiegare che gli servirà. Vaglielo a spiegare che gli servirà da subito, e non che – come più nobile dolore – un giorno ti sarà utile. Troppi avversari per difendere le posizioni di una utilità spendibile in niente che si possa vedere e toccare, misurare, calcolare, investire con profitto di denaro. Qualsiasi appassionata e perfino appassionante apologia s’infrangerà comunque in ultimo contro lo studio faticoso di declinazioni, coniugazioni, lemmi che sono falsi amici, elucubrazioni di gente vissuta secoli fa, in un mondo che non esiste

più. E forse a qualcuno di loro i nonni avranno raccontato di quando erano ancora bambini (mia madre l’ha fatto con me, con i miei figli), di quella vecchietta che in chiesa snocciolava l’invocazione alla Madonna e s’aggiustava il latino a modo suo, Regina sine labe originario concepta diventava Regina senza lampada… E s’aggiunge la beffa.

«Vediamo, ci sarà qualche buon motivo per cui il legislatore mantiene queste tre ore settimanali di latino (quattro, prima della cosiddetta riforma-Gelmini, ndL) all’interno dell’orario curricolare del liceo scientifico… Ve lo sarete chiesto, prima di iscrivervi…»

Alzano la mano per prime le ragazze, che sembrano Hermione Granger nella classe esordiente di Grifondoro.

«Perché il latino è la base dell’italiano». (Sì; anche, a volte; altre no…; ma comunque si può studiare l’italiano senza conoscere il latino…).

«Perché la nostra società ha ereditato molte cose dai romani». (Sì, mi dici quali? Il Colosseo?? Beh, quello è un monumento importante, certo, ma pensavo ti riferissi a qualcos’altro…).

«Perché allena la logica, che in un liceo scientifico è importante». (Beh, ogni disciplina allena la logica e la logica è importante in ogni indirizzo di studi…).

«Perché se voglio studiare medicina, mi serve a capire da dove derivano le parole» (Certo, sì, ma allora ti servirebbe anche il greco, e poi non credo che qui in mezzo tutti vogliano studiare medicina… No, tranquilla, io non insegno ANCHE greco, pure se ho frequentato un liceo classico…).