laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

La scuola di Dante: recenti sperimentazioni e questioni annose

152d031b5a0dbefdc509393337f41030.jpg Ripensare allo studio di Dante

Ripensare allo studio scolastico di Dante significa affrontare i nodi principali dell'insegnamento dell'italiano e del suo ruolo nella formazione del cittadino. L'approccio al classico per eccellenza impone, infatti, di riconsiderare le questioni aperte, le sfide di una reale didattica per competenze, capace, cioè, di superare i confini disciplinari sfruttando ciò che del singolo insegnamento è irrinunciabile e precipuo. Chiedersi come si possa e cosa significhi proporre un classico della letteratura agli studenti del nostro tempo ha innescato un proficuo dialogo fra scuola e università, studi scientifici e formazione che in questi anni ha trovato spazio nelle molteplici iniziative organizzate dal gruppo Dant&noi dell'ADI-ADIsd e nel sito www.dantenoi.it.

Due sono gli aspetti su cui, almeno per cominciare, è interessante soffermarsi: la dialettica fra cultura deperibile e cultura permanente, e la necessità dell'interpretazione. In altre parole: il senso e la funzione di leggere un testo antico, complesso, “classico” in un contesto di lettura veloce e letteratura di consumo a breve, brevissima scadenza, e, soprattutto, le modalità con cui renderlo occasione per un'esperienza significativa. 

Questioni inscindibilmente legate e utili per illustrare e definire la pratica dell'attualizzazione, centrale in qualsiasi processo di apprendimento, affrancandola dalle sue pericolose semplificazioni, in particolare dall'accostamento per tema che è difficile distinguere dall'associazione libera e che inficia la formazione del lettore critico e, dunque, del cittadino, obiettivo della scuola. Insomma, riconoscere la forza evocativa e comunicativa di un grande classico non deve indurre a fraintenderlo piegando il suo dettato a significati alieni al tempo e al luogo in cui è stato concepito, ma stimolare a cogliere la sua verità “umana”, quegli aspetti permanenti, appunto, che danno profondità e prospettiva alle questioni attuali che esso evoca nella mente del lettore.

Come garantire tale approccio nella prassi didattica?

Perché leggere Althénopis di Fabrizia Ramondino

61DRsCCBspL.jpg (Althénopis è) Il nome della mia città natale. In origine il suo nome significava «occhio di vergine». Ma pare che i tedeschi, durante l’occupazione, trovandola così imbruttita rispetto alle descrizioni di Mozart (riferite anche in una novella di Mörike) e di Goethe, le mutarono il nome in Althénopis, che starebbe appunto a significare «occhio di vecchia». Alcuni letterati apologeti della nostra città accampano l’interpretazione «occhio di saggio»; contro questa interpretazione però si oppone da un lato la constatazione che i barlumi di saggezza sono ancora troppo tenui nella nostra città, come altrove, per essere considerati duraturi; dall’altro il dizionario tedesco stesso, dove saggio suona weise e non alt. L’Ente del turismo, dietro suggerimento di un assessore, propone il seguente etimo: alt sarebbe una radice greca, da althéa, la pianta dal fiore di rosa. Althénopis sarebbe dunque la città dall’«occhio di rosa» ovvero dall’«occhio di aurora». Tutto questo, se serve a turlupinare i turisti, manca però di ogni fondamento filologico (Althénopis, Einaudi 2016, p.10)

Memini, meminisse

Quando Einaudi, a trentacinque anni dalla prima uscita, ripubblicò Althénopis (1981), apparve sul Corriere del Mezzogiorno e poi su Minima&Moralia una bella recensione di Alessandro Leogrande, alla quale senza esitare rimanderemmo tutti coloro che del romanzo d’esordio di Fabrizia Ramondino (esordio alla narrativa: sulla scena intellettuale Ramondino non era certo una debuttante) desiderassero ricostruire la genesi – per così dire – morale: la guerra, il vagabondaggio per paesi diversi, l’esperienza politica del Sessantotto, gli anni di piombo, l’inchiesta sui disoccupati del Mezzogiorno, il terremoto del 1980. Questo vissuto così intenso, così vario per incontri e relazioni (relazioni umane, sociali, linguistiche, spaziali) costituisce in qualche modo l’antefatto di quel caleidoscopio di narrazioni che è Althénopis; e per questo è molto difficile da mettere in sordina. Probabilmente questo vale per qualsiasi scrittura di spessore, ma vale a maggior ragione per questa «scrittrice riflessa» che dei suoi trascorsi fa oggetto diretto di narrazione, senza per questo indulgere ai toni trasognati e stucchevoli di certe memorie d’infanzia, o a quelli ugualmente urticanti del cinismo di maniera dell’adulto. Non per nulla a tenere a battesimo Althénopis furono Natalia Ginzburg ed Elsa Morante, due che sul rapporto tra scrittura e memoria la sapevano lunga. Ramondino si mette dunque davanti quella materia ricca, corposa che è la sua storia familiare e personale, nutrita di immagini e odori, di luoghi e sapori, di visi, caratteri e umori: l’eden perduto della primissima infanzia a Maiorca, al seguito del padre console; il rientro a Napoli dopo l’armistizio del ’43, la disgrazia, la povertà; la precarietà della giovinezza, perennemente ospite d’altri; il difficile rapporto con la madre, la ricerca e la conquista dell’indipendenza, il ritorno, ormai donna, alla casa materna. E se, come la nonna (cuoca sublime e sventata), in quella materia affonda le mani di slancio come a impastarla per un millefoglie sontuoso, d’altra parte, come la madre, la riconduce a misura severa, la ripartisce e le impone scansione. Il racconto si presenta pertanto suddiviso in tre parti (a loro volta sottopartite): Santa Maria del Mare, Le case degli zii, Bestelle dein Haus. Dall’universo straordinario dell’infanzia, popolato di lazzari, soldati, contadini, notabili, santi martiri ed eroi, e in osmosi con la piazza, i sentieri, le ville, la Marina (altrettanti capitoli della prima parte), il racconto si sposta al primissimo dopoguerra, negli spazi chiusi delle case degli zii per approdare, al ritorno dal Nord (e che Nord! Nella realtà Ramondino seguì un cugino a Francoforte), alla casa della Madre, al suo piccolo mondo di forbici, occhiali, chiavi, di oggetti e maniere; e anche la voce narrante si fa oggetto, in qualche modo, perde la prima persona, si guarda narrare in terza, oggetto fra gli oggetti, reificazione del racconto; stretta e asfissiata tra gli alti palazzi in bilico degli anni Settanta.

«Riscrivere» il massacro di Alatri. Daniele Vicari, Emanuele nella battaglia

51fHjsap4GL.jpg La Ciociaria e l’Alta Sabina. La Riserva dei Monti Cervia e Navegna. Il monte Filone. È la parte più interna dell’Italia mediana, il territorio impervio degli Appennini, dove le stradine interpoderali scavano ancora percorsi con una logica loro. A sud Frosinone e la sua provincia. Ferentino, Alatri. Tecchiena, frazione di Alatri. Borghi antichi, viottoli e piazzette. Luoghi in cui la storia si è fatta, anche quella recente. Tecchiena era sulla linea del fronte, durante la seconda guerra mondiale. A Tecchiena stava il campo di internamento delle Fraschette, costruito dai fascisti. Tecchiena è anche il punto più arretrato, interiormente e intimamente arretrato, della vicenda di cronaca che il regista Daniele Vicari racconta nel libro Emanuele nella battaglia.

La cronaca

È la notte tra il 24 e il 25 marzo del 2017 quando Emanuele Morganti, ventunenne di Tecchiena, decide di trascorrere la serata al music club Miro di Alatri, insieme ad alcuni amici e alla fidanzata. Il locale è pieno zeppo, così come la piccola piazza antistante, che trabocca di persone e di auto. Il Miro attira clienti da ogni angolo del comprensorio, e ci si ritrovano tutti. Bravi ragazzi come Emanuele e tipi discutibili. Chi ha semplicemente voglia di divertirsi e chi, ubriaco e strafatto, cerca solo un pretesto per menare le mani. E ancora: piccoli boss e spacciatori. In questo intrico di intenzioni, mentre si trova al bancone del locale, Emanuele, senza alcuna motivazione, viene ripetutamente spintonato e successivamente aggredito. È il prologo della follia che si scatena di lì a poco fuori dal locale, quando Emanuele viene “abbandonato” dai buttafuori nella piazza e di fatto consegnato ai suoi aggressori. Qui diventa il solo e unico bersaglio di un branco di picchiatori feroci fuori controllo che lo insegue, sotto lo sguardo di decine di persone. C’è un momento in cui potrebbe scappare e mettersi in salvo, quando riesce a sfilarsi dall’imbuto in cui era finito al termine di via dei Vineri, una delle viette che immettono sulla piazza del Miro. Eppure non lo fa. Torna indietro verso il locale, paradossalmente nella direzione da cui proviene un’altra parte dei suoi aggressori, perché vuole ritrovare la sua ragazza. Ci riesce, ma tempo qualche istante e si ritrova di nuovo invischiato nella rete, di nuovo brutalmente colpito, finché non cade battendo il cranio contro il sottoporta di un’auto in sosta, ironia della sorte quella del suo primo aggressore. Emanuele Morganti, come racconta Vicari in apertura del libro, morirà il 26 marzo in ospedale. Questa, spicciola, la cronaca dei fatti come riferiti nel libro. Tuttavia Emanuele nella battaglia non è un reportage su un fatto di cronaca.

Sono due le istanze che sostengono la scrittura e che determinano anche la struttura del testo e le sue caratteristiche linguistiche. La prima è un’istanza narrativa, che si misura con la quasi impossibilità di raccontare in modo logico e consequenziale la dinamica di un evento cui hanno assistito decine di persone, include la cronaca ma non si esaurisce in essa, poiché l’autore tenta di ricostruire attraverso il racconto soprattutto l’universo simbolico entro il quale è stato possibile l’omicidio. La seconda istanza è speculativa, si sostanzia in conclusioni enunciate in modo esplicito nella parte centrale del testo e riguarda il rapporto tra la realtà e le attuali forme della sua rappresentazione artistica, segnatamente letteraria e cinematografica.

Sulla morte di Samuel Paty, 16 ottobre 2020

samuelpaty.jpg Nessun insegnante può sentire o leggere la notizia della decapitazione di Samuel Paty, il collega francese “punito” per il contenuto di una sua lezione sulla libertà di espressione, senza provare sgomento, rabbia, paura. (La notizia di una decapitazione. Non una coltellata, non un colpo di pistola, nemmeno una bomba: una testa mozzata e mostrata su Twitter, la versione domestica dei video mostruosamente efferati dell’Isis). Ma ci sono altri dettagli inquietanti. La lezione del collega sulle vignette su Maometto risale al 5 ottobre. L’omicidio è maturato nell’arco delle due settimane successive, durante le quali Samuel Paty è stato minacciato e sottoposto a una campagna diffamatoria sui social da parte dei genitori degli allievi. Inoltre, intorno alla figura dell’assassino prende corpo un folto gruppo di parenti fondamentalisti, poi fermati dalla polizia, se non una vera e propria rete di contatti con il terrorismo islamico. Non è un irrazionale gesto di violenza isolata. Da tempo si è rotto qualcosa nella società francese e nella sua scuola, quello spazio idealmente aperto e libero in cui si prende la parola tutti insieme.

Al centro della tragedia, ancora una volta, le vignette di Charlie Hebdo. Evidentemente lì c’è una piaga purulenta che non riusciamo a sanare. E non è strano, perché quelle vignette sono il punto di conflagrazione di una molteplicità di questioni che non è facile tenere insieme senza che esplodano: libertà di espressione, illuminismo, modernità, tolleranza, blasfemia, diffamazione, sensibilità culturali, universalismo e culturalismo, ritorno del barbarico nel cuore stesso della civiltà della tecnica, ordine pubblico e sicurezza, impotenza della scuola a educare alcuni figli di immigrati ai valori della convivenza in società multietniche (ma per i giovani banlieusard francesi non dovrebbe essere del tutto improprio parlare di “figli di immigrati”? Non sono francesi da due, tre generazioni? La domanda vale anche al netto del fatto che l’omicida in questo caso fosse ceceno e non provenisse dalle ex colonie).

CTRL+C CTRL+V (scrittura non creativa): Appunti di lettura su un libro di Kenneth Goldsmith

 

9788880560531_0_0_585_75.jpg Un manifesto contro la creatività letteraria

Un manifesto contro la creatività letteraria, così si può definire il saggio pubblicato da Goldsmith circa una decina di anni fa e proposto in Italia dalla casa editrice Nero nel 2019. La legittimazione di pratiche di scrittura del tutto liberate dalla 'presunzione' d'originalità viene fondata su una genealogia che comprende, fra gli altri, Mallarmé, Duchamp, Benjamin, Wharol, Sol LeWitt, Gertrud Stein, Debord. L'elenco, per quanto incompleto, lascia affiorare i sedimenti sui quali l'autore deposita la proposta di esautorare definitivamente una categoria estetica – l'originalità – che ha determinato posizionamenti nel campo letterario, dalla fine del Settecento fino alla metà del Novecento, quando lo sviluppo ipertrofico dell'industria culturale nel contesto della società di massa, ne ha sfrondato ogni accezione filosofica, definendone così la natura di marchio commerciale. Nella progressiva liberazione dallo stereotipo imposto dal romanticismo alla creatività, idealizzata come produzione geniale dell'inesistente – ovvero ricombinazione inedita dell'esistente – assume rilievo il ruolo delle avanguardie, esplicitamente chiamate in causa da Goldsmith anche in un altro testo, Wasting time on the Internet (HarperCollins Publisher Inc, 2016, trad. it. Perdere tempo su Internet, Torino, Einaudi, 2017):

Quando il poeta Filippo Tommaso Marinetti scriveva in un manifesto del 1909 le famose parole «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie» non poteva prevedere la lama a doppio taglio delle strutture fondate sul web. Da un lato gli artisti accolgono nella loro pratica l'infinitesimale tempo di vita di un meme di internet come nuova misura (pensateci: un ridotto tempo di attenzione come nuova avanguardia), costruendo opere destinate a durare non in eterno, ma solo il tempo sufficiente a diffondersi nei network, per poi scomparire velocemente come sono apparse, sostituite da altre il giorno dopo (p.21).

Tuttavia, come l'autore stesso precisa, l'aspirazione del fondatore del futurismo a distruggere qualsiasi istituzione destinata alla conservazione del passato e qualsiasi canone dispensatore di auctoritas, viene contraddetta dalla permanenza dei dati sul web, una condizione che configura il paradosso di Internet come «un gigantesco museo, una biblioteca e un'accademia tutto insieme» (p.22).

Perché leggere La linea del colore di Igiaba Scego

la-linea-del-colore.jpg La linea del colore, edito da Bompiani, della scrittrice somalo-italiana Igiaba Scego ha il merito di costringere il lettore a una riflessione sul razzismo del passato e del presente in Italia. «Mi riempiva di orgoglio e anche di stupore sapere che due donne nere si fossero sentite libere proprio in Italia. Un Paese che oggi invece si è incattivito verso chi considera “altro” e si è lasciato andare a un'infelicità che rende crudeli. Questo clima pesante di razzismi e diffidenze mi ha lentamente portata alla decisione di scrivere un libro su queste due donne, per dare una prospettiva diversa al Paese». E poi: «E quando ho scoperto che nell'Ottocento due donne (nere poi!), l'avevano scelta (l’Italia) come luogo della loro libertà, mi sono venute letteralmente le lacrime agli occhi dalla commozione».

Le due donne di cui parla Igiaba Scego nel Making of alla fine del libro non sono le protagoniste della storia, ma due personaggi realmente esistiti, la scultrice Edmonia Lewis e l'ostetrica Sarah Parker Remond, attivista per i diritti umani e femminista. Ciò che le accomuna è un grande amore per l'Italia e la determinazione a realizzare i loro sogni: entrambe, infatti, riuscendo a superare le barriere del colore della pelle, faranno un viaggio impensabile ai loro tempi, abbandoneranno gli Stati Uniti e giungeranno in Italia dove potranno finalmente sentirsi libere. Con loro siamo nella Roma dell'Ottocento, una città che «sapeva farsi amare, sapeva accogliere, era curiosa», la stessa Roma che accoglie la giovane Lafanu Brown, pittrice afroamericana proveniente dagli Stati Uniti negli anni '60 dell'Ottocento per conquistare il suo posto nel mondo dell'arte. È lei la protagonista femminile della Linea del colore, personaggio d'invenzione che nasce dal ripensamento e dalla fusione di questi due personaggi storici, appunto Sara Parker ed Edmonia Lewis.

Ma la vicenda, che pure racconta la possibilità per la giovane donna di integrarsi con la popolazione di Roma, si apre con un episodio che ci riporta in questa città nel 1887, all'indomani del massacro di Dògali, dove cinquecento soldati italiani vengono uccisi dalle truppe etiopi che cercano di contrastarne le mire espansionistiche. Quando la notizia giunge a Roma, un’onda di sdegno invade la città e una folla in preda alla rabbia aggredisce Lafanu, semplicemente per il suo colore della pelle, e le urla «Perché ci hai uccisi, negra?». In suo soccorso giunge però un giovane sconosciuto che grida «Ma non capite, che i veri patrioti sono gli abissini?». In realtà si tratta di una frase pronunciata realmente dall'anarchico Ulisse Barbieri, che Scego decide di riproporre come personaggio della sua storia con lo stesso nome. Ed è proprio a questo uomo, al suo salvatore, che Lafanu decide di aprirsi, parlando della sua nascita in una tribù indiana Chippewa, del padre haitiano che l'ha abbandonata prima che nascesse, della sua ricca benefattrice bianca, Betsebea McKenzie, interprete di una carità ipocrita e rappresentante di un mondo che sotto l'apparente sostegno alla causa dei neri nasconde solo un desiderio personale di affermazione, fino all'incontro con Lizzie Manson, l'istitutrice che le fornirà la possibilità di diventare una pittrice e di salire su una nave diretta verso l’Europa.

Per un dizionario critico della letteratura italiana contemporanea

71idPwfisML.jpg Autori, movimenti, categorie, temi: una mappa per la contemporaneità

Per un dizionario critico della letteratura italiana contemporanea. 100 voci è il volume nuovissimo (settembre 2020) uscito per Carocci a firma di Romano Luperini ed Emanuele Zinato. L’opera trova il suo antecedente dichiarato in quelle Ventiquattro voci per un dizionario di lettere pubblicato da Franco Fortini nel 1968; e questo ne spiega la fisionomia particolarissima: l’opera infatti, se presenta la struttura agile e familiare di qualsiasi dizionario (l’ordine alfabetico), d’altra parte del dizionario rifiuta la funzione unicamente informativa e le accosta, senza soppiantarla, la funzione di orientamento critico e interpretativo. Qui però la struttura che organizza i materiali presenta un’ulteriore novità: alle voci relative agli autori, che rappresentano la metà dei lemmi presenti, si affiancano venticinque voci legate a movimenti e categorie critiche e venticinque voci relative a grandi temi della contemporaneità. Autori, movimenti, categorie, temi si susseguono senza sottopartizioni (per intenderci: dopo Aleramo e Anedda, troviamo Animali, Antinovecentismo, Apocalisse e Automobili; dopo Viaggi, Vittorini, Volponi e Zanzotto), in una sequenza che, se da principio può spiazzare il lettore, in realtà restituisce il senso profondo di questa importante operazione. Gli autori e le loro opere, sottratti al catalogo asettico dal giudizio critico e interpretativo, vengono reimmessi in un tessuto vivo, dinamico di relazioni che contribuisce a definirne con chiarezza lo spessore, la tridimensionalità, e li pone in salvo dall’evidenza piatta dell’exemplum. Non solo: si fa largo, per questa strada, la difficile ma necessaria ricostruzione della condizione dell’intellettuale, dei suoi condizionamenti, dei suoi strumenti, delle sue responsabilità nello spazio oltremodo complesso della contemporaneità, dove le stesse coordinate spazio-temporali subiscono profonde, rapidissime, vertiginose trasformazioni, dove continuamente si deformano, si smarriscono, si ritrovano, si rilanciano le ragioni della letteratura.

Quaestiones

Dentro questo impianto fortemente ragionato e responsabilizzante, ogni lemma diventa dunque autenticamente voce, e come una voce parla e si fa sentire e non soltanto da chi, per mestiere, per vocazione, per necessità di studi, s’interessi di letteratura e critica, ma da chiunque desideri accostarsi alle questioni letterarie senza rinunciare alla serietà scientifica di cui spesso difetta la critica – per dir così – divulgativa. Deliberatamente si è adoperato il termine questioni per indicare quella che è probabilmente la cifra più preziosa di questo volume, cioè la straordinaria capacità di sollevare una quaestio: interrogazione, riflessione, ricerca, disputa sul senso degli accadimenti e sulla responsabilità individuale e collettiva di fronte ad essi. Ogni autore, dunque, ogni tema, ogni movimento, non è soltanto tassello di un mosaico, ma interlocutore dinamico e costruttore di senso nello spazio complesso di cui già s’è detto; ed è per questa via che diventa esemplare, suggerendo – di più: vivamente consigliando - anche al lettore di esercitare parimenti il diritto e il dovere di dire e costruire.

Sull’inerzia della classe (e l’innovazione a scuola)

 

nonsaradio_cop_140x210-a_01.jpg Come si fa

Per spiegare cosa intendo per inerzia della classe e provare a dimostrare quanto sia importante averne coscienza soprattutto oggi, mi tocca raccontare un aneddoto che mi è capitato qualche giorno fa. A scuola faccio le ultime due ore, in un quinto anno ottimo, disciplinato, che ho la fortuna di avere da tre anni: la classe ideale. Lavoriamo, andiamo avanti, leggiamo, discutiamo fino alla campanella delle tredici e quaranta. Tornato a casa, lancio la borsa sul divano e poi mi ci lancio anche io, sono distrutto. Entra un secondo dopo mia figlia, al ritorno dalla scuola anche lei e mi fa: «ma che hai fatto? Sei morto!». Le rispondo: «sì, sono stanco morto», e lei: «scusa, non hai le stesse classi dell’anno passato?». «Veramente il quinto ce l’ho da tre anni». «E non sono quelli bravi che mi dici sempre?», mi incalza. «Sì, sono loro» provo a difendermi. Ma lei: «ti sei dimenticato come si fa? Non dovrebbe essere più facile dopo più di due anni insieme? Se sei ridotto così dopo tre settimane non ci arrivi a giugno». Poi mia figlia se ne va in camera sua, lasciandomi solo sul divano, appeso a quel «ti sei dimenticato come si fa?». La domanda non è peregrina, ma comunque la risposta non tardo troppo a darmela: certo che non mi sono dimenticato come si fa, mi dico, tanto più in quella classe dove le cose sono andate bene per due anni. Ma il fatto è che, a forza di stare insieme, a fronte di un rapporto che dura scolasticamente da tanto, in due anni ogni giorno ho dovuto imparare, anzi combattere con l’ostacolo naturale del «come si fa». Scontato no?

L’inerzia della classe

No che non è scontato, e quindi provo a spiegarmi. Due anni con una delle migliori classi mai avute e perciò nella migliore posizione possibile, mi hanno comunque messo giorno per giorno, minuto per minuto, difronte a quella forza vischiosa e sfiancante che definisco l’inerzia della classe. Di che si tratta? Esiste una resistenza naturale, una forza che spinge in senso contrario, una tensione continua con cui fare i conti nella vita di una classe (anche la migliore, figuriamoci le peggiori) e che in genere emerge dopo la prima e sempre più risicata fase in cui la novità lascia ancora docente e studenti sul chi va là. Un’usura naturale alla quale sono sottoposte tutte le strategie didattiche, i canali virtuosi, le lezioni che sappiamo avere più probabilità di successo, fino anche alle battute che sappiamo hanno sempre fatto ridere. Ebbene, l’unico rimedio possibile a questa resistenza, che è scritta nel dna stesso del fare scuola, è di fatto la rimodulazione continua e adattiva di tutta la propria funzione ai minuti, ai giorni, agli anni che passiamo in una classe. Quella roba che insomma l’altro giorno mi ha fatto stramazzare sul divano e che, a dirla tutta, forse ha a che fare con quell’inerzia della vita che tutti conosciamo e che a un certo punto ci insegna che la partita della nostra esistenza non si gioca tanto sulle vette delle grandi gioie o gli abissi dei grandi dolori, quanto sulla fatica di percorrere la pianura del giorno dopo giorno. Beh, scontato anche questo no? Eh sì che siamo già al secondo paragrafo.

Non abbiamo avuto la primavera

105410849 o 1 - In che modo finisce il mondo? Anzi, riformulo subito la domanda: in che modo finisce un mondo? Siamo stati in questi mesi, tutti quanti, spettatori di uno strano fenomeno: la pandemia ci ha mostrato in maniera chiara che il mondo, questo mondo che siamo abituati a vivere, del quale ci lamentiamo, che cerchiamo di proteggere o di distruggere con i nostri comportamenti, che ci è consueto, che - pur essendosi allargato a dismisura con la rete, i mezzi di trasporto e telecomunicazioni - rimane un piccolo mondo, fatto dai nostri sistemi produttivi, economici, sociali, prodotto dalle nostre relazioni, imposto dal mercato, e recalcitrante allo stesso; questo mondo assolutamente meraviglioso - quanto erano belle le meduse trasparenti nei canali di Venezia! Oppure l’erba verde brillante che spuntava a ciuffi dai san pietrini di Piazza del Campo a Siena;  senza dimenticare la scoperta del colore dell’acqua del Po, che in realtà è una forma di luce liquida, che si deposita lungo la città e la riverbera -, il mondo dei nostri genitori vecchi, e di colpo fragili e mortali, il mondo dei nostri amici, delle nostre relazioni, il mondo abitato dai nostri corpi, era finito.  

2 - In realtà uno dovrebbe analizzare bene le frasi che scrive, chiedendosi se la frase abbia senso, e domandandosi almeno cosa significhino realmente la parola “mondo” e la parola “fine”.

Ernesto De Martino ne La fine del mondo (Einaudi) racconta l’episodio del campanile di Marcellinara (pp 69-76): De Martino è con la sua macchina, deve raggiungere una località, ma non riesce a trovarla. Nel suo vagabondare incontra un pastore e gli chiede indicazioni, l’uomo gliele dà, ma De Martino, non completamente convinto, lo prega di salire in macchina e di mostrargli la strada. L’uomo, non senza qualche perplessità, accetta. Iniziano il viaggio verso la località e con lo scorrere del tempo e dei chilometri l’ansia del contadino aumenta fino a diventare una agitazione quasi insopportabile, quando l’uomo si rende conto di non vedere più nel suo orizzonte visivo il campanile di Marcellinara. Così l’agricoltore chiede a De Martino di riportalo indietro al punto da dove  potrà rivedere il suo campanile, cosa che l’antropologo fa. 

Ora non è necessario stabilire, né interessa, se questo episodio sia realmente avvenuto, o se sia un apologo creato ad hoc da De Martino per farci entrare nella sua ricognizione della fine del mondo. Sta di fatto che per il contadino il mondo finisce quando il campanile del suo paese scompare dal suo orizzonte e campo visivo. 

La vita è bella? Un saggio sul mercato della felicità

121033290_820736538698049_7065955436534492829_n.jpg Cunegonda, l’aristocratica protagonista di Candido, o l’ottimismo, il racconto filosofico di Voltaire; Pollyanna Witthier, la giovane orfana di Pollyanna, il classico della letteratura per l’infanzia di Eleanor Porter; e Guido Orefice, il protagonista del film La vita è bella di Roberto Benigni: questi tre personaggi hanno qualcosa in comune. Nonostante le sciagure che gli capitano, rimangono convinti che tutto andrà sempre per il meglio in questa valle di lacrime. La vita gli riserva un trattamento spietato, ma resta pur sempre bella. Il mondo può sottrargli l’onore, la famiglia, la libertà, ma mai impedirgli di giocare al gioco della felicità, che consiste nel trovare il lato positivo di qualsiasi situazione, per quanto tragica. Le storie di questi personaggi luminosi e pieni d’amore hanno però un lato oscuro: presentano la felicità, e la sofferenza, come una questione di scelte personali, per cui chi non vede l’aspetto positivo di una data situazione dà l’impressione di desiderarla, e di conseguenza è ritenuto responsabile delle sue disgrazie.

In modo meno romanzato, lo stesso messaggio è alla base del discorso scientifico sul benessere e in particolare di concetti come quello di resilienza. Le storie citate sopra, le varie agiografie della contentezza che troviamo sugli scaffali dell’autoaiuto e le teorie scientifiche della felicità veicolano tutte due insegnamenti morali: la sofferenza è inutile, a meno che non se ne tragga una lezione positiva; la sofferenza protratta è una scelta, perché, per quanto certe tragedie siano inevitabili, abbiamo sempre la capacità di trovare una via d’uscita.

La “psicologia positiva” è stata  definita dal fondatore Richard Seligman “lo studio scientifico del funzionamento umano positivo e fiorente su più livelli, che include la dimensione biologica,  personale, relazionale, istituzionale, culturale e globale della vita”. Quest’ipotesi di indagine è mossa dall’intento di rompere con la tradizione, che gli psicologi positivi definiscono “modello patologico”, emancipando la ricerca dai suoi fattori di “debolezza” (l’insistenza sulla psiche come luogo di mancanze o di ferite), per esaltarne invece potenzialità costruttive attraverso concetti come resilienza, autoefficacia, sviluppo di sé; in questa prospettiva, lo psicologo rientra nel più vasto campo di quelli che si definiscono  “operatori dello sviluppo personale”.

I minotauri di Sir Roger Penrose

Marcacci 20161019 0045 Il matematico, fisico e cosmologo britannico Roger Penrose, professore emerito dell’Università di Oxford, è stato insignito del Premio Nobel per la Fisica 2020, assegnatogli dall'Accademia svedese delle scienze «per la scoperta che la formazione dei buchi neri è una solida previsione della teoria generale della relatività». Il Nobel è stato condiviso da Penrose per metà con Reinhard Genzel e Andrea Ghez, ai quali congiuntamente è stato conferito «per la scoperta di un oggetto compatto supermassiccio al centro della nostra galassia». Torniamo a condividere questo contributo di Flavia Marcacci, che La Letteratura e noi aveva pubblicato in occasione del conferimento a Roger Penrose della Medaglia Commandiniana nel 2017 da parte dell’Università degli Studi di Urbino.

***

8 maggio 2017, Pontificia Università Lateranense, International Symposium “Celebrating twenty Years of the International Research Area on Foundation of Sciences, l’area di ricerca voluta dai grandi matematici Ennio De Giorgi (1928-1996) e Edward Nelson (1932-2014). Il volto simpatico e gli occhi strizzati di Sir Roger Penrose incrociano un attimo i miei, mentre scendiamo le scale per andare a prendere un caffè. “Mi sai dire perché avrebbero dato questo titolo alla versione italiana del mio ultimo libro?”. “No, Professore. A dirle il vero me lo sono chiesta anch’io, se lo sono chiesti molti”. “Ma non viene spiegato in qualche pagina nel testo, il motivo di questo titolo?” “No, almeno fin dove ho letto io non viene spiegato!” "Lei non menziona minotauri nel suo libro?" "No! Affatto!"

12 maggio 2017, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Lectio Commandiniana Fashion, Faith, and Fantasy. “Sir Roger!”, saluto il prof. Penrose con sincero entusiasmo. È stato alla Specola Vaticana in questi giorni per un importante convegno sulla cosmologia e la gravità quantistica, ma non lo vedo poco propenso a chiacchierare. “Forse ho una ipotesi per interpretare il titolo del suo libro in italiano”, gli faccio. “Davvero? Dimmi!” “Eh, no. Ne parliamo dopo il conferimento della Medaglia Commandiniana” (cose importanti che accadono nella città di Federico Commandino, l’umanista urbinate che permise la diffusione della matematica greca nel cinquecento), uno dei tanti riconoscimenti che Sir Roger ha ricevuto. Posso dirgli così, perché da lì a poco avrò l’onore di commentare pubblicamente la sua lezione.

Non mi dilungo sui dettagli delle celebrazioni accademiche e vado al dubbio che mi è venuto ripensando ai titoli di due noti libri di Penrose. La strada che porta alla realtà (Rizzoli, Milano 2005; ed. or. The road to reality, 2004), anziché essere sicura e difesa dal ferro della matematica e dal fuoco della creatività scientifica, è solo piena di Fede, moda e fantasia (Fashion, Faith and Fantasy in the New Physics of the Universe, Princeton, Princeton Un. Press 2016)? Il sottotitolo al volume italiano suggerisce una risposta: Perché la nuova scienza non è affatto scientifica. Viene insinuato il dubbio che la scienza attuale si stia inabissando sotto il peso della non-scienza, enfatizzando la dicotomia scienza-non scienza che riecheggia nella prefazione. Eppure Sir Roger nella stessa prefazione dichiara che talvolta la fantasia è indispensabile, che la fede gioca un ruolo strategico nella mente degli scienziati e che le mode possono anche fornire vie esplorative che spingono al di là dei confini segnati dalle teorie.